Questa iniziativa si è già realizzata nel 2014; vedi QUI qualche informazione in proposito)
Le università pubbliche sono dei presidii etici, culturali, sociali ed economici sul territorio
Una laureata in medicina non è utile solo al suo portafoglio: è determinante – perfino in termini di vita o di morte – per migliaia di suoi concittadini; un ingegnere competente può rendere migliore e più semplice e sicura la vita di tutti; una storica capace è fondamentale per la memoria collettiva della società, per mettere in guardia da errori già commessi e per valorizzare tutto il patrimonio materiale e immateriale comune; un geografo può mettere al servizio della collettività strumenti e competenze che aiutino a lavorare sulle disuguaglianze. E così per ogni tipo di sapere!
Sono proprio i saperi il senso e l’eredità di migliaia di anni di vita sociale. Le università pubbliche, nelle loro missioni, servono a tutti, e non solo a chi frequenta le lezioni o fa ricerca.
In una società complessa come quella attuale, senza ricerca e alta formazione restano possibili – per tutti e tutte! – solo gli impieghi peggiori, di minor soddisfazione e retribuzione. Impieghi destinarsi, perdipiù, a ridursi drammaticamente nel tempo, sommersi da una competizione internazionale al ribasso sui salari e sui diritti delle persone.
In ogni luogo del mondo, laddove ci sono Università pubbliche e ricerca di base attive ed inclusive il pensiero critico può, anche oggi, ancora rappresentare un valore per le società.
Le politiche che stanno smantellando l’Università pubblica sono disastrose per tutti, e non solo per quelli che nelle università lavorano o studiano. Una buona Università pubblica è utile per tutta la società, ed è “di proprietà” di tutta la società. Tu che leggi queste righe, chiunque tu sia: è tua “la proprietà” di tutte le Università pubbliche italiane.
Tuoi sono gli edifici, spesso nei centri storici delle città, che rischiano ogni giorno di essere svenduti. Ed è grazie a te che è ancora (ma per quanto?) possibile fare ricerca nell’interesse pubblico, comune, e non a vantaggio esclusivo di interessi privati.
Per questo ti invitiamo a “visitare” queste tue “proprietà” e a renderti direttamente conto di cosa si fa nelle Università e come e in quali condizioni si insegna, si fa ricerca e si studia. Ti invitiamo a ri-appropriarti di ciò che ti appartiene, prima che ti venga sottratto, che venga smantellato.
Avrai come guide docenti, studenti, personale universitario e tutti coloro che hanno a cuore l’Università e la ricerca pubblica: segui questo sito: troverai prossimamente informazioni più precise e dettagliate sulle attività nella tua città.
Questa esortazione parte e, allo stesso tempo, si fonda su due concetti essenziali e, allo stesso tempo, granitici:
- le università pubbliche sono luoghi di lavoro
- le università pubbliche si possono “attraversare”
Le Università pubbliche come luoghi di lavoro
Le Università pubbliche sono il luogo di vita di centinaia di migliaia di cittadine e cittadini che lì si recano ogni giorno per studiare e lavorare, spesso con enormi fatiche economiche e con dispendio di tempo tipo della routine dei pendolari.
Descrivere le caratteristiche della popolazione lavorativa delle università pubbliche può risultare un’operazione assai complessa. Basti pensare che secondo il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (Decreto Legislativo 81/2008) studentesse e studenti in tirocinio, impegnate e impegnati in attività di laboratorio o in progetti di ricerca sono da considerare parte della popolazione lavorativa. Poi c’è il comparto tecnico amministrativo, spesso sottodimensionato rispetto ai compiti che queste istituzioni svolgono. I docenti e ricercatori “strutturati” che non possono essere definiti dipendenti o funzionari pubblici, che non hanno a disposizione un contratto nazionale né un settore di riferimento nell’amministrazione pubblica. Piuttosto sono “incaricati” a svolgere didattica, ricerca e terza missione. Tuttavia, se responsabili di progetti o laboratori sono considerati “preposti” e, dunque, responsabili dell’ambiente dove lavorano. A questi si aggiungono decine di migliaia di dottorandi, titolari di assegni di ricerca, borsiste e borsisti e ricercatrici e ricercatori a tempo determinato che lavorano in questi luoghi. Infine, ma l’elenco potrebbe proseguire, lavoratrici e lavoratori dei servizi alla ristorazione, alla manutenzione e al funzionamento delle aule, degli edifici, dei cortili e delle piazze. Un’università pubblica di medio-grandi dimensioni può impegnare milioni di euro sul bilancio annuale per corrispondere le commesse a società incaricate di questi servizi. Non è, dunque, solo un problema di categorie, ma soprattutto di sovrapposizione e, nel senso etimologico, “convivenza” di un ecosistema umano diversificato, per funzioni, routine e responsabilità che giornalmente “porta avanti” questo pezzo della cosa pubblica.
Università come luogo attraversato
Le università pubbliche sono l’esito di una storia che parte da un’idea: un’idea che da secoli parla di accesso, di confronto, di possibilità.
È proprio a partire da questa radice collettiva, da questa idea originaria di pluralità associata, che possiamo riconoscere l’università come spazio concreto e vivo: non solo istituzione, ma luogo – attraversato nel tempo da generazioni di ragazze e ragazzi (e non solo!), da comunità che imparano, insegnano, ricercano. L’università è un luogo che si abita, che ci modifica e che modifichiamo, attraversandolo con le nostre traiettorie di vita, studio, ricerca. Qui le persone s’incontrano, imparano a pensare insieme, si misurano con l’alterità, con il dubbio, con la costruzione lenta e faticosa del sapere. Attraversare l’università significa anche dare forma, giorno dopo giorno, a desideri e speranze per il futuro. In queste aule e in questi spazi maturano progetti, si delineano sogni, si intrecciano percorsi di vita che non sono mai identici. Per molte e molti il periodo universitario coincide con la prima esperienza fuori casa, un salto in un ‘altrove’ fatto di autonomia, di relazioni nuove, di scoperte. È qui che si incontrano persone con varie provenienze, ed è in questa mescolanza di storie, accenti, lingue, sguardi che prende corpo una vera comunità di apprendimento e ricerca. L’università è questo: un laboratorio umano, un luogo dove ciò che si apprende nei libri si intreccia con ciò che si vive nei corridoi, nelle stanze condivise, nelle pause tra le lezioni. Un luogo che lascia segni, che accompagna e trasforma.
Per questo è necessario tornare a pensare l’Università come luogo di attraversamento. L’università ha senso se vissuta in presenza, se rimane un’esperienza sensoriale, pratica, concreta: fatta di corpi, voci, sguardi, mani che scrivono, aule che accolgono e custodiscono parole, errori, domande.
Vivere l’università significa esercitare la creatività e il pensiero critico in ambienti condivisi, aperti al confronto e alla contaminazione. L’aula, i corridoi, la biblioteca, gli spazi aperti non sono semplici contenitori, ma dispositivi che agiscono, nella cui prossimità accadono la discussione, lo scarto, il conflitto generativo.
Ed è qui che si fa comunità
In questo periodo storico, segnato dalla promozione delle università private telematiche a discapito di quelle pubbliche e in presenza, e dalla volontà di sopprimere di fatto l’autonomia universitaria, ricondotta sotto un comando diretto e centralizzato del governo, diventa ancora più urgente riaffermare il valore dell’università come spazio plurale, critico, democratico. Rimettere al centro l’importanza dei luoghi vissuti dell’università è dunque una scelta politica e culturale, contro ogni riduzione digitale, efficientista o impersonale del sapere. Tornare a stare nei luoghi delle università, con la loro complessità e il loro ritmo, non è un gesto nostalgico, ma un atto di responsabilità.
